Una E Mail per la Pace in Palestina

il messaggio di Pierluigi Castagnetti

 

 
 

MEDIO ORIENTE: FERMATEVI

VINCE LA SINDROME DI PONZIO PILATO  di Pierluigi Castagnetti

 

Il drammatico appello del Papa alla comunità internazionale a uscire dall’inerzia e dalla sindrome del Ponzio Pilato sembra  incontrare il silenzio. L’impotenza.

 

Il mondo appare privo di strumenti e di potere. Le Nazioni Unite non ne hanno mai avuto e oggi meno di ieri. La Unione Europea non ha “capacità d’agire” sul piano internazionale.

 

 Ci sono solo gli Stati Uniti con il loro immenso e solitario potere politico ed economico, che in questo caso non usano, non vogliono usare, non sanno usare, privi come sono di una vera strategia di “crescita”, di “equilibrio” e di “giustizia” delle relazioni internazionali.

 

La politica latita perché è in esilio, pressoché ovunque. Persino i profeti sembrano mancare.

 

C’è questo vecchio inascoltato pontefice di Roma lasciato solo perfino dai cristiani, da noi cristiani, catturati ed assuefatti come siamo alla  pari degli altri dalle tante cattedre di “realismo politico”.

 

Eppure ci è stata detta una parola semplice e chiara molti secoli fa, riformulataci anche recentemente dal Concilio: “la pace non è la semplice assenza della guerra… ma è opera della giustizia” (78. Gaudium et Spes).

 

Se non c’è giustizia tra gli uomini, nei rapporti tra i popoli, non c’è pace, non potrà esserci pace.

 

La storia ci dice che i rapporti tra i popoli sono complessi e che la violenza ha sempre accompagnato il cammino dell’uomo. 

 

Ci sono momenti però di totale smarrimento, in cui la violenza dimostra la sua diabolica inefficacia, in cui anche i “grandi” diventano impotenti come i piccoli, e non sanno da che parte ripartire, come ripartire, con chi. 

 

Ci sono momenti in cui, come l’aereo tra le nuvole, c’è solo nebbia intorno, e solo il radar di bordo vince l’angoscia. 

 

Ma se il radar non c’è e, soprattutto, se in cabina non c’è nessuno, allora l’angoscia diventa invincibile.

 

Sono quelli i momenti in cui occorre ascoltare i profeti. 

 

La voce del Signore della storia. La verità più semplice: senza giustizia non c’è la pace.

 

Dopotutto questa è una verità accettabile anche per chi non ha fede. 

 

Basta non essere sordi alle lezioni della storia. 

 

Perché il Signore della storia parla agli uomini attraverso la storia.

 

Barbara Spinelli in uno splendido editoriale apparso su “La Stampa” il giorno di Pasqua ha parlato di noi come “sperperatori del dolore”. 

 

Sembriamo davvero divenuti tutti privi di memoria, dissipatori di memoria e di radici.

 

Soprattutto i popoli europei che alla fine della seconda guerra mondiale arrivarono alla conclusione incontrovertibile che la guerra non si sarebbe dovuta più praticare. 

 

Dopo decine di milioni di morti innocenti, dopo la Shoah, dopo i lager e i gulag, dopo la scoperta della bomba atomica, dopo tanto sangue , l’unica unanime conclusione: mai più la guerra!

 

E noi italiani abbiamo voluto trascrivere questa lezione della storia nella nostra Carta Costituzionale declinandola con il verbo più radicale che la nostra lingua disponesse: “L’Italia ripudia la guerra…”.

 

E De Gasperi, assieme a Shuman, Adenauer, Monnet si mise all’opera per costruire l’unità dell’Europa. 

 

Perché la pace non è fatalistica attesa, non è neppure uno stato d’animo nobile né un atteggiamento mentale come il pacifismo, la pace è il frutto della giustizia, e la giustizia va perseguita, la giustizia è il fine della politica, è la politica, è la ragione per cui noi facciamo politica.

 

Ma vi è un’altra ragione ancora.

 

Noi sappiamo che l’odio (la guerra) e  l’amore (la giustizia) sono native nell’uomo. 

 

Ogni uomo e ogni generazione di uomini è indotto a farne esperienza. 

 

E, per questo, la generazione di uomini politici che uscì dalla seconda guerra mondiale volle evitare che quella lezione, mai più la guerra!, si dissipasse, volle in una qualche misura farne un punto di non ritorno, storicizzandone il valore, istituzionalizzandone il valore. Jean Monnet amava citare una frase di Amiel:

“L’esperienza di ciascuno parte da zero. Solo le istituzioni diventano più sagge: esse accumulano l’esperienza collettiva e dalla loro esperienza e dalla loro saggezza uomini soggetti a regole comuni vedranno gradualmente trasformarsi non la loro natura, ma il loro comportamento”.

 

Le istituzioni europee avevano, nella intenzione dei padri fondatori, esattamente questo scopo. L’Europa si dette la missione di istituzionalizzare il cammino della pace, di costruire un percorso obbligato, in modo da non disperdere la memoria del dolore, la memoria della storia. 

 

La disinvoltura, l’incultura, la rozzezza  di alcuni uomini politici di oggi nel maneggiare queste tematiche e queste istituzioni, induce in noi la tristezza per uno “sperpero”, una regressione, un nuovo disordine.

 

Negli anni in cui l’Europa costruiva la pace attraverso la giustizia e le istituzioni della giustizia, l’Europa è stata cattedra, anche per il resto del mondo.

 

“Se nel 1945, alla fine della guerra, - scriveva qualche tempo fa il premio Nobel ebreo Elie Wiesel – qualcuno mi avesse detto che per il resto della mia vita avrei dovuto battermi ancora contro il razzismo, non lo avrei creduto… Come non avrei mai immaginato di dover combattere per la sopravvivenza dei bambini nel mondo, per non lasciarli morire di fame, di malattie, di umiliazioni, di schiavitù. 

 

Mai avrei creduto questo… Penso che questo sia dovuto forse alla qualità della nostra testimonianza verso le nuove generazioni…”

 

Se nel 1945, alla fine della guerra, qualcuno avesse detto che un popolo che aveva subito l’olocausto avesse espresso un governo dello Stato finalmente riconquistato così capace di violenza e crudeltà, nessuno ci avrebbe creduto.  

 

Un governo che organizza rastrellamenti notturni nelle case dei palestinesi, per i quali sta trattando la deportazione in altri paesi dove già esistono campi profughi in cui da decenni gli uomini nascono,  crescono, accumulano rabbia e odio, e “studiano” da Kamikaze. 

 

Forse vale per i popoli ciò che la psicologia ci insegna per le persone: chi subisce violenza prima o poi agisce violenza. 

 

O, forse, come ha detto David Grossmann in una intervista a Enzo Biagi: “a causa della sofferenza può divenire difficile identificarsi con la sofferenza altrui”.

 

Non si vogliono certo negare a Israele ragioni e diritti. 

 

Il diritto a esistere e ad essere riconosciuto come stato sovrano innanzitutto.

 

Il diritto a vivere nella sicurezza del suo popolo. 

 

Gli attentati terroristici dei kamikaze palestinesi di questi ultimi giorni (che la disperazione spiega ma non può giustificare) hanno sicuramente creato un clima insopportabile di paura, di terrore appunto, di lutti, di sofferenza, di vulnerabilità e, dunque, di ricerca di un minimo di sicurezza con tutti i mezzi. 

 

Così, però, non si può continuare. E’ la spirale della pazzia.

 

Ma, perché, allora ostinarsi a non capire le stesse ragioni e gli stessi diritti dei palestinesi? Perché ostinarsi a ritenere che la sicurezza possa essere oggi, domani e sempre, solo, e solo militare? Perché non porsi nessun perché? A partire da quello della “disperazione” che alimenta come combustibile inesauribile il terrorismo palestinese?

 

E’ vero, ci sono momenti in cui solo la forza può fermare l’impazzimento del tuo nemico.

 

Ma ci sono momenti in cui occorre anche prendere atto che la misura della forza ha raggiunto limiti non più superabili e, in ogni caso, ha rivelato tutta la sua inefficacia proprio “ sul campo”. 

 

Quelli sono i momenti in cui fermarsi. 

 

Chi è dentro il gorgo non ci riesce. Allora chi sta fuori deve farlo. 

 

Le Nazioni Unite intervengano immediatamente disponendo il rapido invio di forze di interposizione. 

 

Gli Stati Uniti blocchino Israele e gli intimino di consentire ad Arafat gli spazi operativi per tentare i bloccare la folle spirale terroristica. 

 

L’Europa recuperi la dignità della cattedra, la cattedra della pace. 

 

E i cristiani ritrovino la strada della loro originalità (si dovrebbe dire “conversione”), e la smettano di considerare tutti – gerarchie e fedeli – le parole del Papa come le parole “di uno che le deve dire… …ma la realtà è un’altra cosa!”.

 

Pierluigi Castagnetti

 

 
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